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Conflitto israelo-palestinese: libri da leggere BCDeditore

Nascita di Israele - Miti, storia, contraddizioni
Di Zeev Sternhell

Nei cinquant’anni che precedono la nascita dello Stato di Israele, il movimento dei lavoratori ebrei, con a capo Ben Gurion per lungo periodo, ha cercato di elaborare una sintesi tra ideologia e azione, tra esigenze nazionaliste e valori universali del socialismo. Ma fin dal 1920 è apparso subito chiaro che l’aspirazione all’uguaglianza non poteva sussistere che come mito per mobilitare gli animi. Ciò spiega i limiti essenzialmente “agricoli” dell’esperienza del qibbutz.

Il Partito laburista israeliano, nei suoi lunghi anni di potere politico, si è sempre assicurato l’appoggio della borghesia difendendo la proprietà privata e privilegiando la rinascita nazionale e la costruzione del Paese, riducendo ogni tentativo di socialismo a puro alibi. Notevoli quindi sono state, nella società israeliana, anche prima della sua fondazione politica (1948), le differenze sociali tra i dirigenti politici e la borghesia, da una parte, e le varie classi dei lavoratori, dall’altra; differenze che oggi appaiono ancor più accentuate. Se il capitalismo di Stato, che Sternhell dimostra essere parte integrante ed ereditaria dei padri fondatori, ha probabilmente permesso a Israele di vincere tutti i Paesi confinanti, ostili fino a negarne l’esistenza politico-geografica, tuttavia il prezzo sociale della sua affermazione è stato molto elevato. Con l’acume politico e la vis polemica che caratterizzano tutte le sue opere, Zeev Sternhell ricostruisce gli aspetti fondamentali della preistoria e storia di una grande nazione e, dopo aver chiarito i limiti mitologici del socialismo israeliano, si domanda in che misura la pace che sembra profilarsi potrà incidere sull’organizzazione della società odierna. E cioè come potrà Israele liberarsi dai gravami di un passato sì pionieristico, ma intriso di chiusure teocratiche e di un esasperato sionismo.

Zeev Sternhell è docente di Scienze politiche all’Università Ebraica di Gerusalemme. Tra le sue opere ricordiamo Né destra né sinistra. L’ideologia fascista in Francia e Nascita dell’ideologia fascista, entrambe pubblicate da Baldini Castoldi Dalai editore.

Palestinesi di Xavier Baron

Questo libro, scritto da un osservatore attento del Medio Oriente, racconta con precisione la nascita e la crescita dell’identità palestinese – che è poi la storia minuta e quotidiana della gente palestinese e dei suoi leader – gli episodi che intrecciano le relazioni arabo-israeliane e quelli che invece le separano, la rabbia dei rifugiati ma anche la fiducia che il bisogno di sicurezza di un popolo si confermi con la libertà dell’altro di disporre di una propria terra e degli stessi diritti di tutti.

Xavier Baron (1943), laureato al Centre de Formation des Journalistes a Parigi, lavora per France Presse dal 1966. è stato corrispondente dall’Africa centrale, dal Vietnam, dalla Cambogia – dove è stato prigioniero degli Kmer per due mesi – dalla Giordania. Dal 1970 al 1978 ha seguito il conflitto arabo-israeliano da Beirut, la guerra nello Yemen, in Kurdistan, in Libano. Nel 1982 è di nuovo a Beirut durante l’invasione israeliana. Caporedattore a Parigi dal 1984 al 1987, poi responsabile per il Medio Oriente, caposervizio a Roma, direttore del servizio diplomatico a Parigi, dal 2000 è caposervizio a Madrid.

La prigione ebraica di Jean Daniel

La prigione di cui parla in questo saggio Jean Daniel è quella che gli ebrei si sono costruita dal momento che hanno confuso, anche nel senso letterale di fondere insieme, mito e storia, religione e politica. E’ una “confusione” che riguarda gli ebrei della diaspora e gli ebrei d’Israele e che costituisce l’origine e la causa della loro condizione conflittuale. Che cosa significa oggi essere ebrei quando non si crede nell’Elezione, nell’Alleanza e neanche in Dio, si chiede Daniel ancora una volta, facendosi la domanda che per primo si era posta un grande pensatore dissidente Spinoza, ma alla quale il momento storico, dopo la Shoah e l’evolversi dello stato israeliano in seguito alla guerra del 1967, sembra assegnare una drammatica attualità. Insieme a una diversa configurazione, per lo meno agli occhi di coloro, molti, che avevano salutato con entusiasmo la nascita della nuova nazione. Da vittima per eccellenza a oppressore “teologico”. E’ un’evoluzione che lo scrittore stigmatizza e analizza, seguendo quasi un percorso a ritroso, rilevando, nell’acuirsi del conflitto israelo-palestinerse odierno e nel risorgere di un violento antisemitismo, i segni di un malessere che ha origini lontane e che ha finito per incarcerare sia gli ebrei che i suoi secolari e nuovi nemici. Da ebreo non credente ma affascinato dai miti biblici e dal loro influsso storico-culturale, Daniel ci dà una testimonianza appassionata ma razionalmente decisa di una condizione storica esistenziale che non cessa di coinvolgere l’umanità intera, sia per la profondità metafisica del pensiero, sia perchè la dimensione carceraria non riguarda soltanto il fideismo ebraico ma qualsiasi comunità, setta o “centrismo” che si chiuda in se stesso e escluda gli altri. Accolto in Francia da accese controversie come da entusiastici consensi, il saggio non vuole tanto aprire nuove prospettive di dibattito quanto fornire dall’interno una chiave esplicativa e meditativa su una contraddizione esistenziale, filosofica e politica satura di tragedia.

Jean Daniel giornalista e scrittore, è il fondatore e direttore del celebre magazine francese “Le nouvel observateur”. Tra I suoi libri si ricordano: Le temps qui reste (Gallimard, 1984); De Gaulle et l’Algerie (Seuil, 1986), Dieu est’il fanatique? Essai sur una religieuse incapacitè de croire (Arlea, 1996) e La guerre et la paix. Israël-Palestine. Chroniques 1956-2003 (Odile Jacob, 2003).

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