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Venezia 2009: Secondo Collegamento

Di Luca Baroncini – 9 Settembre 2009

[8 Settembre 2009] - Come anticipato nel precedente collegamento è arrivato il momento del Leone d’Oro alla Carriera. Quest’anno, per la prima volta, non si è voluto riconoscere il talento di un unico artista che ha contribuito a migliorare il mondo del cinema, ma di un intero gruppo di lavoro.

Ecco quindi sul palco della Sala Grande la celebre Pixar, per molti un’appendice della Disney, in realtà probabilmente il contrario (almeno lasciando da parte il punto di vista economico e soffermandosi su quello professionale). Per un giorno il Lido è diventato coloratissimo, con tanti palloncini e un’animazione dedicata ai più piccoli.

A consegnare il premio nientepopodimeno che George Lucas in persona, colui che anni fa la Pixar la vendette (ora si mangerà le mani!!!) ma che ha sempre sostenuto il talento di chi si è impegnato nel campo dell’evoluzione tecnologica. Come ha affermato il creatore John Lasseter, il successo della Pixar è dovuto alla capacità di utilizzare una tecnica sofisticata senza dimenticare il racconto. Anzi, è proprio la sceneggiatura il punto di partenza del team di lavoro e ”senza una buona storia non vale certo la pena di partire”. Per celebrare il team di lavoro, la prima di italiana di “Up”, in uscita il 16 ottobre, e la riedizione in 3D di “Toy Story” e “Toy Story 2”, di imminente uscita sugli schermi U.S.A.

A squarciare il velo dei sogni è però arrivato anche Michael Moore, il celebre documentarista americano diventato famoso con “Bowling a Columbine”, critico verso il liberismo con cui le armi da fuoco trovano diffusione nel suo paese. Poi è stata la volta di “Fahrenheit 9/11”, che ha analizzato il post “11 settembre”, ed è poi arrivato “Sicko”, che ha smontato il notoriamente fragile sistema sanitario statunitense. Ora, con “Capitalism: A Love Story”, il suo sguardo affilato si scaglia contro il sistema capitalistico e le sue devastanti conseguenze nella quotidianità di ognuno di noi.

I suoi detrattori lo accusano di essere un manipolatore che sfrutta il dolore altrui per convogliare un punto di vista. Può essere, ma se qualche sospetto c’è in alcune interviste, il modo in cui racconta il fallimento del sistema capitalistico americano mostra una chiarezza di intenti che trova corrispondenza nella forza del risultato. L’arricchimento delle lobby del potere e l’impoverimento di chi già non svettava nella scala sociale è sotto gli occhi e nelle tasche di tutti. Moore ne fornisce una spiegazione parziale, a tratti semplicistica (i paragoni finali con altri paesi, tra cui anche l’Italia e il Giappone fanno un po’ sorridere alla luce della realtà dei fatti), ma sicuramente efficace nel trasformare il suo documentario in un manifesto per smuovere il pubblico da un intorpidimento culturale e sociale.

Tra gli aneddoti raccontati, non si può restare indifferenti ai giovani che hanno scontato pene improprie (e giudicate tali a posteriori) solo per arricchire i privati che gestivano un nuovo centro di detenzione; così come è l’indignazione a farsi strada per le assicurazioni che le grandi multinazionali contraggono sui dipendenti a loro insaputa per poterci guadagnare, anche molto, in caso di decessi inattesi, e senza che la famiglia del dipendente sappia nulla o percepisca una qualche forma di indennizzo per la perdita subita.

Con il suo mix di simpatia, esuberanza e ostinazione Michael Moore costruisce un manifesto pro Obama e rischia di perdere per strada chi non è dalla sua parte, anche se l’evidenza di alcuni fatti (non tutti) risulta difficilmente contestabile viste le prove esibite. Con passione, egocentrismo (ma quello è probabilmente nel genoma di chi fa cinema), coraggio nel fare nomi e cognomi e l’indubbia capacità di coinvolgere e indignare. Beh, di questi tempi non è davvero poco.

Dopo Michael Moore si preannuncia un'altra giornata con i riflettori accesi sull’attualità. E’ infatti da poco sbarcato al Lido Hugo Chàvez, il discusso presidente del Venezuela a cui il regista Oliver Stone ha dedicato il documentario “South of the border”. Il Lido è murato, sbarramenti da ogni parte ostacolano il cammino degli inquieti festivalieri, sono forse più i poliziotti che gli accreditati, ma ne parleremo al prossimo collegamento.